Nell’ultimo tratto di strada Veronica discusse con la consorella Taddea su cosa dire al momento del rientro in Monastero. Avrebbe voluto riassumere quanto visto e sentito… le emozioni e le preoccupazioni ; le ansie dell’andata e i timori del ritorno.
Le strade di Milano si facevano avanti, aprendosi tra pareti festanti di persone. La principessa Beatrice,la Madre Superiora e l’ultima novizia, Arcangela Panigarola, erano sulla soglia di Santa Marta.
La sua mente era pervasa da mille pensieri che si sovrapponevano, dalle immagini dei luoghi e delle persone conosciute, soprattutto di quanto percepito a Firenze e a Roma.
Decise di seguire le raccomandazioni del Frate Domenicano: “non dire nulla di quanto hai visto e sentito”. Nell’istante di toccare terra si rese conto della sua impotenza. Dopo brevi saluti si rinchiuse nel suo spazio. Aveva solo eseguito un ordine. Doveva meditare.
Si era convinta che nel suo tempo, le dissolutezze ed i delitti dei Principi non erano diversi da quelle dei chierici . Le Corti seguivano le logiche del potere. Il terreno più importante della lotta: “plasmare la mente umana”, che coincideva sempre di più con quello della comunicazione, della predicazione, dei fasti e delle feste. Tutto ciò implicava disporre di ingenti risorse (da reperire con ogni mezzo), assumere esperti del pensiero ed artisti tra filosofi e pittori, colpire le menti denunciando e condannando gli avversari riformatori.
Si ricordò del disegno del Conte Lodovico di demolire il monastero per uno sfregio sullo stemma del suo casato e per critiche fatte circolare da frati vicini al Monastero. Erano considerate come lesa maestà, e non recepite come protesta per la miserrima condizione sociale e morale delle città.
Diversamente la povertà della popolazione, fuori dalla loro cerchia, era ricca di fermenti culturali,e non sembrava rassegnata. Naturalmente non erano pochi i popolani che partecipavano ai festini ed ai banchetti in cerca di prebende. Adulatori, ruffiani e prostitute – da che mondo è mondo- non mancano mai. La borghesia -dissolta nei fallimenti di tutte le Banche- attendeva di rifarsi, coi soldi messi in posti sicuri altrove, pronta a farli rientrare nel giro al momento propizio… al segnale di un nuovo principe. I commerci sarebbero ripartiti con le guerre giuste, necessarie al consolidamento delle Casate e dei Papati. Mercanti e trafficanti aspettavano pronti a comprare i favori delle autorità.
Erano questi i pensieri e le visioni di Veronica, così come delle consorelle di Santa Marta e di Beatrice che avevano viaggiato idealmente con lei. Doveva stare attenta, non lasciare traccia nei vari monasteri, soprattutto delle prediche ascoltate a Firenze e della situazione della Roma papale. Non poteva dire di aver visto in anticipo il rogo di chi gli stava parlando, nè dei profumi delle donne intorno al Papa. Di quella chiesa delle feste e dei festini, molto lontana da Francesco e da Agostino. Sentiva ancora l’acidula voce di Alessandro VI che, lodando la sua santità, subito dopo le consegnava una missiva da recapitare ad un padre Domenicano di Firenze. Come poteva sapere della sua comunione d’intenti? Cosa ne sarebbe stato di lei e del Monastero di Santa Marta? Beatrice l’avrebbe ancora protetta?
A queste domande faceva riscontro la conoscenza dei delitti e della tirannia di Lodovico, grande elettore del Borgia. Sapeva, comunque, che nessuno al Monastero sarebbe stato disposto a servire il tiranno ed a tacere sulle dissolutezze della sua corte.
Questi dubbi e paure svanivano quando pensava a quelli che – spiritualmente- erano con lei, agli artisti e “pensatori” che visitavano il monastero, che predicavano a Ferrara e Padova (patria dell’aristotelismo del tempo, come a Firenze lo era del platonismo); pensava ai filosofi di cui aveva sentito parlare: Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam, e ad un giovane giurista cittadino del regno d’Inghilterra, Tommaso Moro.
Beatrice aveva introdotto al Monastero due artisti di Corte: un architetto, Giovanni Amadeo (che dimorava nella sua Binasco), l’altro un pittore, di nome Leonardo, venuto da Firenze, il quale stava dipingendo l’ultima cena di Gesù Cristo, in una chiesa vicina al suo monastero milanese. A questi espresse il parere che nel quadro non si dovesse inserire la Vergine Maria.
Pensava a tutto questo prima di ritirarsi nella sua cella e prendere sonno. Il racconto del suo
Viaggio poteva attendere. Pensava e prevedeva la cancellazione delle orme dei sui passi, i roghi e le decapitazioni dei riformatori.
A Baldassarre Ravaschieri avrebbe dato incarico di raccogliere i pensieri dei saggi che l’avevano accompagnata durante il viaggio, impegnandoli a ritornare a Milano per discutere delle tesi di riforma della Chiesa avanzate da Pico della Mirandola e Girolamo Savonarola; chiedendo lumi ad Erasmo Da Rotterdam ed al giovane studioso Tommaso Moro, suddito del regno d’Inghilterra.
Si addormentò sull’onda di due pensieri contrapposti: la consapevolezza della sua prossima fine e la convinzione che alla miserrima condizione sociale e morale delle Corti e del popolo minuto sarebbe stata data una risposta, culturale e morale, profonda e diffusa.
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Gentili Organizzatori dell’evento culturale,
questa pagina apre nuovi ed interessanti elementi di discussione e di approfondimento sulla figura di Veronica non solo per quanto riguarda le sue frequentazioni presso la corte ducale ma la proietta, lei povera ed illetterata, nel contesto dei grandi avvenimenti e mutamenti politici, culturali e religiosi del tempo.
Un breve inciso:la pagina rivaluta anche e per un certo verso, almemo dal punto di vista storico e delle conoscenze personali della conversa agostiniana, il romanzo ” La cena segreta” dello scrittore spagnolo Javier Sierra che segnalato sul sito di Binasco 2000 aveva scatenato le ire di qualche lettore.
Manca, ma non è certo una colpa per l’estensore di queste lucide ed ineressanti notizie , non si può condensare il tutto in poche righe, nell’elenco delle personalità religiose e dotte segnalate nel bell’affresco culturale il nome del frate minore Bernardino da Feltre contemporaneo di Veronica e morto in quel di Pavia.
Nota la particolare avversione di questo focoso predicatore per gli Ebrei e tenuto conto delle leggi ducali che impedivano per più di tre giorni il soggiorno in città degli stessi
sarebbe interessante dare uno sguardo anche su questo versante circa le prese di posizione di Veronica: ricordo che Binasco era in quel periodo per loro terra ospitale!
Sono certo che sarà oggetto di segnalazione da parte di qualche relatore.
Di nuovo complimenti per l’iniziativa.
cordiali saluti
giuseppe casarini-binasco