Binasco, nel tardo medioevo, si affaccia sullo scenario della grande storia europea con due figure femminili molto differenti tra loro. La prima domina il contado di Binasco dal suo Castello; la seconda, una mistica illetterata, per vent’anni vedrà il castello con timore sollevando lo sguardo.
Beatrice di Tenda, duchessa di Milano, viene decapitata con sentenza del tribunale del Ducato di Milano, ordinata dal marito, Filippo Maria Visconti.
Giovanna Negroni, Veronica nel monastero agostiniano di Santa Marta di Milano, assurge alle cronache per le estasi e per l’evocativa memoria locale di un suo incontro con Alessandro VI presso la Curia papale.
La terra di queste due donne, confinante con Milano e Pavia, è quella bonificata dai monaci Cistercensi che nel comprensorio costruiscono anche le due importanti abbazie di Chiaravalle e Morimondo, site quasi ad uguale distanza, a guisa di ideali segnacoli di un circuito ad un tempo sacro e civile.
Giovanna Negroni nasce in un tempo di miseria e di paura. Otto anni dopo la caduta di Costantinopoli e nel momento più truce delle lotte per la conquista del ducato di Milano. Vive in una cascina di proprietà di Filippo Maria Visconti, che abbandonerà a ventuno anni.
Passa i suoi primi anni ad aiutare i genitori nelle attività agricole e, al termine dei lavori, non fatica a percorrere i cinque chilometri che la separano dal convento francescano di Santa Maria in Campo; ove confessa con enfasi le proprie visioni.
I suoi resti, composti in un’urna, ritorneranno a Binasco, grazie all’interessamento di don Stefanini, soltanto nel 1812, in seguito alle soppressioni degli Ordini religiosi che decreteranno la chiusura anche del suo monastero milanese di Santa Marta.
Della testa di Beatrice, violentemente recisa per ragioni di stato nel 1418, non si hanno invece più testimonianze.
Trascinata su un carro per la strada principale che da Milano porta a Binasco, Beatrice viene esposta al pubblico ludibrio. Il fatto lascia una traccia a Binasco e nella memoria del tempo (Vincenzo Bellini comporrà una nota opera musicale ispirandosi al tema dell’uccisione di Beatrice di Tenda) ed in particolare in quella della famiglia Negroni.
Beatrice e Veronica, due mondi diversi, due condizioni sociali e due regimi di vita femminili molto distanti, due linee opposte che tuttavia convergono simbolicamente verso il riscatto ed il sacrificio.
La vicenda spirituale di Veronica Negroni nella Milano dei Visconti e di Ludovico il Moro resta celata per molti anni.
Per Binasco le visioni della Negroni, entrata nel monastero di Santa Marta col nome di Veronica, sono racconti all’inizio lontani. La sua vicenda e la sua “missione” rimangono nascoste nel cenacolo di Santa Marta e non spaziano oltre il Ducato.
Papa Alessandro VI, Pietro Rodrigo Borgia, dopo aver assunto informazioni da Lodovico il Moro, suo grande elettore, nel settembre del 1495, riceve, secondo la vulgata agiografica, Veronica in pubblica udienza. Al termine del colloquio dirà agli astanti: “Fate onore a questa donna, perciocché ella è santa.”. Viatico essenziale per l’umile e carismatica conversa di Santa Marta, che nel viaggio di ritorno, fermandosi in un convento a Firenze, non potrà evitare – ancora secondo la trasmissione agiografica delle sue gesta – d’incontrare il Savonarola. Il frate domenicano tre anni dopo verrà scomunicato da Alessandro VI, impiccato ed arso in piazza della Signoria a Firenze.
Veronica muore due anni dopo, nel 1497.
La sua vita e la sua esperienza fanno di lei la “santa viva” più nascosta, ma la diffusione postuma delle sue Rivelazioni la fanno assurgere al ruolo di uno dei testimonials più accreditati e potenti del diffuso desiderio di riforma della politica e della Chiesa che caratterizzò il tempo burrascoso ed incerto in cui ebbe a vivere.
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